Tecnostress e iperconnessione lavorativa

17 Feb , 2026 - Disturbi

Tecnostress e iperconnessione lavorativa

Negli ultimi decenni la tecnologia ha trasformato profondamente il nostro modo di lavorare; computer, smartphone e sistemi di comunicazione istantanea sono diventati strumenti imprescindibili in quasi tutti i contesti professionali. Se da un lato la digitalizzazione ha portato vantaggi in termini di flessibilità ed efficienza, dall’altro ha introdotto nuove forme di pressione psicologica.

Il tecnostress è una condizione sempre più diffusa che riguarda la difficoltà di adattarsi in modo sano all’uso delle tecnologie digitali. Il termine fu introdotto per la prima volta negli anni Ottanta dallo psicologo statunitense Craig Brod, che definisce il tecnostress come una “malattia moderna dell’adattamento”, legata all’incapacità dell’individuo di far fronte in modo efficace alle nuove tecnologie (Brod, 1984). Nel corso del tempo, la definizione si è ampliata e la letteratura più recente descrive il tecnostress come una risposta negativa di tipo psicologico, fisiologico e comportamentale all’uso delle tecnologie, soprattutto quando le richieste superano le risorse personali (Ragu-Nathan et al., 2008).

Oggi il tecnostress è considerato un elemento che può generare molteplici disagi, soprattutto in relazione agli ambiti lavorativi e professionali. La situazione di sofferenza può essere causata da diversi fattori in quanto non dipende esclusivamente dalle caratteristiche individuali, ma nasce dall’interazione tra:

  • fattori tecnologici (strumenti, piattaforme, sistemi);
  • fattori organizzativi (ritmi, richieste, cultura aziendale);
  • fattori personali (competenze, aspettative, stili di coping).

La digitalizzazione ha cambiato profondamente il modo di lavorare, le tecnologie permettono di lavorare più velocemente e da qualsiasi luogo, ma richiedono una presenza mentale continua. Con lo smart working, ad esempio, computer e-mail e riunioni online sono diventati strumenti quotidiani che, se usati senza pause, possono affaticare la mente. Infatti, questa trasformazione digitale e queste nuove modalità di lavoro agile hanno contribuito a:

  • ridurre i confini tra lavoro e vita privata;
  • intensificare i carichi cognitivi;
  • moltiplicare le richieste simultanee.

Manifestazioni più frequenti

Tra le manifestazioni più frequenti si osserva un affaticamento mentale persistente, caratterizzato da una stanchezza cognitiva che non si risolve con il semplice riposo fisico. La mente rimane costantemente attiva e sollecitata, rendendo difficile il recupero delle energie. A questa condizione possono associarsi irritabilità e nervosismo, con una maggiore reattività emotiva rispetto alle richieste lavorative quotidiane. Il tecnostress può compromettere la concentrazione e l’attenzione sostenuta. La gestione simultanea di più flussi informativi e strumenti digitali può determinare una frammentazione dell’attenzione, con una percezione di inefficacia e un aumento dello sforzo mentale richiesto per portare a termine le attività (Ragu-Nathan et al., 2008).

Un altro ambito frequentemente coinvolto riguarda i disturbi del sonno. La difficoltà di disconnessione mentale dal lavoro e l’iperconnessione possono interferire con i ritmi sonno-veglia, favorendo stati di iperattivazione e riducendo la qualità del riposo. A livello emotivo, il tecnostress può manifestarsi anche attraverso una forma di ansia anticipatoria legata al lavoro, caratterizzata dalla preoccupazione costante di dover rispondere a richieste improvvise. Nel tempo, queste condizioni possono alimentare un senso di inefficacia e frustrazione, soprattutto quando le richieste tecnologiche vengono percepite come eccessive o incontrollabili.

Prevenzione del tecnostress

La prevenzione del tecnostress passa da un approccio che metta al centro la persona, aiutandola a ritrovare un equilibrio tra mente, corpo e relazioni, attraverso interventi mirati e integrati. A livello individuale, diversi autori sottolineano l’efficacia degli interventi di tipo cognitivi e comportamentali, che aiutano a riconoscere e modificare pensieri disfunzionali legati alla performance, alla reperibilità continua e al bisogno di controllo (Ellis, 1977). Questo approccio favorisce una maggiore consapevolezza dei propri schemi di funzionamento e una migliore autoregolazione emotiva.

Accanto a questi interventi, risultano utili il training di rilassamento e le tecniche di gestione dello stress, che consentono di ridurre l’attivazione fisiologica e promuovere un migliore equilibrio psicofisico (Giannini & Scabia, 2014). Negli ultimi anni, particolare attenzione è stata rivolta anche alla mindfulness, intesa come pratica di consapevolezza del momento presente, che può migliorare la regolazione attentiva ed emotiva e favorire una maggiore capacità di disconnessione mentale dal lavoro (Van Gordon et al., 2014).

Nei casi in cui il tecnostress si intrecci con una vera e propria difficoltà personale percepita, risulta consigliato intraprendere un percorso di terapia individuale, orienta ad aiutare la persona a capire perché fatica a disconnettersi dal lavoro e dalla tecnologia, imparando a ritrovare un equilibrio più sano tra lavoro, riposo e vita quotidiana.

Se questo tema ti interessa, potresti approfondire anche i sintomi dello stress lavoro-correlato.

Bibliografia

Van Gordon, W., Shonin, E., Zangeneh, M., & Griffiths, M. D. (2014). Work-related mental health and job performance: Can mindfulness help? International Journal of Mental Health and Addiction, 12(2), 129–137.

Brod, C. (1984). Technostress: The human cost of the computer revolution. Addison-Wesley.

Ragu-Nathan, T. S., Tarafdar, M., Ragu-Nathan, B. S., & Tu, Q. (2008). The consequences of technostress for end users in organizations: Conceptual development and empirical validation. Information Systems Research, 19(4), 417–433.

Ellis, A. (1977). The basic clinical theory of rational-emotive therapy. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 14(2), 101–109.

Giannini, M., & Scabia, A. (2014). Stress lavoro-correlato e benessere organizzativo. FrancoAngeli.

Questo articolo è stato scritto da Marco Nalon, psicologo, che si occupa di benessere e salute mentale e si dedica alla divulgazione psicologica per offrire strumenti utili a comprendere meglio sé stessi e affrontare le sfide quotidiane.

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Cosa ne pensano di noi i pazienti?

Matteo, 33 anni

Non riuscivo più a vivere la vita ero ossessionato da alcuni pensieri assurdi che risucchiavano tutte le mie energie. Ricordo che all’epoca avevo il pensiero che volevo a tutti i costi farcela da solo e forse perché non credevo che la terapia potesse darmi i giusti strumenti per stare meglio. Poi mi sono deciso a intraprendere un percorso e ho iniziato ad ad imparare a conoscermi meglio e a ragionare su alcune dinamiche ed abitudini mentali che mi riguardavano. La terapia mi ha dato la base per cominciare un percorso di contatto con me stesso e di scoperta

A chi si trova in questa situazione vorrei dire di affidarsi a una persona sensibile, se senti che non è la persona giusta, cambia persona perchè penso sia molto personale, trovando una persona adatta ti può cominciare a dare delle basi per capire che a volte i problemi che abbiamo sono dettati anche da idee sbagliate e limitanti o che portano a sofferenze assurde, per cui provaci! ti voglio bene!

Non riuscivo più a vivere la vita ero ossessionato da alcuni pensieri assurdi che risucchiavano tutte le mie energie. Ricordo […]

Giulio, 53 anni


Una pessima condizione di vita e la consapevolezza della difficoltà a superare i problemi mi hanno convinto a chiedere aiuto. Soffrivo di questi problemi da molti anno ma molte cose che sapevo teoricamente si sono concretizzate grazie a dei metodi “comportamentali” che hanno migliorato tanti piccoli aspetti che fanno un progresso importante.

21 05 29 18:30 AM

Federica, 36 anni

Non aspettare, abbiamo solo una vita

21 05 29 18:30 AM

Giovanni, 25 anni

Non è stato facile prendere la decisione di iniziare una terapia per la paura di mettermi a “nudo” ma la scarsa qualità di vita provocata da ansia e pensieri intrusivi mi ha spinto a fare il primo passo. E con la terapia è migliorato tutto dalle piccole cose che poi pian piano diventano grandi. Ho imparato a conoscermi, a conoscere i meccanismi alla base del mio pensiero e a razionalizzarli così da impattare molto meno a livello emotivo. A chi sta pensando se chiedere aiuto o meno vorrei dire di chiedere aiuto, perché anche solo chiedere è una forma di cura.

21 05 29 18:30 AM

Francesca, 44 anni

è la prima volta che vado da uno psicologo che dopo un paio di visite mi spiega cosa ho e mi lascia un pezzo di carta in cui lo mette per iscritto. lenti ma professionali.

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