Le strategie di coping

18 Ott , 2020 - Trauma

Le strategie di coping

Lorenzo e Matteo frequentano entrambi la terza media. Un caldo lunedì mattina di primavera,  le loro giovani vite vengono sconvolte dall’apprendere dall’insegnante di matematica che il venerdì mattina successivo, alle ore dieci, si terrà il compito in classe volto a testare la loro preparazione sugli argomenti spiegati dall’inizio dell’anno. La notizia, pur lasciando entrambi atterriti produce conseguenze ben diverse: Matteo il pomeriggio stesso decide di saltare i cartoni pomeridiani e di iniziare un ora prima la sua routine di studio, facendo qualche esercizio sugli argomenti vecchi. Lorenzo ancora agitato dall’idea della prova decide di tranquillizzarsi non pensandoci e andando in oratorio per trovare qualcuno con cui giocare a pallone. Naturalmente con queste premesse si potrà ben capire come andrà a finire… E invece no! Il lunedì successivo si scopre che entrambi hanno preso lo stesso voto, un bel otto. La professoressa ha deciso di non calcare troppo la mano e di assegnare pochi esercizi facili e sugli argomenti principali. Gli stessi che Lorenzo ha letto nel suo studio disperato e nottambulo il giorno prima della prova. Aimè la vita non è mai meritocratica, soprattutto se la si valuta su una prova sola!

Ma come mai reazioni tanto diverse allo stesso evento iniziale? Come si chiama questo processo?

Coping: definizione

A livello scientifico reazioni tanto differenti possono essere ricondotte alle strategie di coping utilizzate. Il concetto di coping è stato introdotto dallo psicologo Richard Lazarus e può essere definito come il processo messo in atto in una situazione valutata come personalmente significativa ed eccedente o comunque gravosa sulle risorse individuali per farvi fronte (Lazarus & Folkman, 1984).

Il termine è stato importato dalla lingua inglese dove la traduzione di coping è “fronteggiare” dal verbo “to cope”. In psicologia il significato di coping indica tutte quelle azioni che vengono messe in atto per affrontare una situazione avversa o nuova.

La classificazione delle strategie di coping

Storicamente sono state presentate diverse classificazioni degli stili di coping, ciascuna seguente specifici criteri. Un primo criterio utilizzato è stato la distinzione tra coping focalizzato sul problema e coping focalizzato sulle emozioni (Lazarus & Folkman, 1984). Per quanto riguarda il primo esso mira a modificare il problema, oppure a ridurre il rischio di conseguenze dannose. Trova espressione in due tipi di dimensioni (Sica et al, 2008): 

  1. Il coping attivo, ovvero affrontare la situazione
  2. La pianificazione, ovvero sebbene il problema rimanga presente o possa presentarsi si pianificano delle contromosse al fine di ridurre l’impatto delle conseguenze negative

Nelle strategie di coping focalizzate sulle emozioni invece la finalità è agire sulle emozioni negative che si generano nella situazione di stress. Queste sono caratterizzate da 4 diverse dimensioni:

  1. Distanziamento, ad esempio negare l’esistenza del problema oppure distrarsi
  2. Autocontrollo, cioè  non lasciarsi trascinare dalle proprie emozioni
  3. Assunzione di responsabilità, ovvero assegnarsi o meno la responsabilità di quanto è successo
  4. Rivalutazione positiva, consistente nel cercare un significato più ampio a quanto successo che permetta di rivalutare positivamente quanto accaduto

Un altro criterio che è stato messo in campo per la classificazione delle capacità di coping, simile al precedente ma che si differenzia per la non centralità dell’oggetto su cui si interviene, è la distinzione tra strategie di coping finalizzate all’evitamento, quindi distrarsi e non pensare al problema, e strategie finalizzate all’approccio, ovvero non solo fronteggiare la minaccia, ma anche essere vigili sulle informazioni ad essa relative (Miller, 1987). 

Nello specifico si è per molto tempo ritenuto che strategie di coping di evitamento fossero funzionali in caso di situazioni incontrollabili ed infauste. Dagli anni 90 in poi alcune ricerche hanno dimostrato che per quanto la situazione sia incontrollabile ed infausta strategie di evitamento impedirebbero di ricercare e trovare informazioni utili sul problema che potrebbero rivelarsi utili (Atala & Carter, 1993).

Beehr e Mc Grath (1996) hanno classificato gli stili di coping seguendo un aspetto temporale. Una stessa strategia di coping può essere più o meno funzionale in base a quando viene messa in atto. In questo modo hanno trovato 5 momenti nei quali è possibile mettere in atto un’azione di coping, che quindi viene distinto in:

  • Coping preventivo, attuato prima che l’evento stressante si verifichi o si possa verificare (ad esempio, studiare costantemente per prepararsi all’esame)
  • Coping anticipatorio, quando l’evento è prossimo a verificarsi (Studiare il giorno prima dell’esame)
  • Coping dinamico, mentre l’evento si verifica (ad esempio, adottare tecniche di rilassamento per ridurre lo stato ansioso prodotto dal test)
  • Coping reattivo, dopo che l’evento si è verificato (dopo un brutto voto all’esame cambiare le proprie routine di studio)
  • Coping residuale, a distanza di tempo dal verificarsi dell’evento per contrastare gli effetti a lungo termine (ad esempio dopo un brutto voto al primo compito del secondo quadrimestre iniziare a studiare approfonditamente una materia per recuperare e cancellare la brutta impressione fatta all’insegnante)

Infine una delle classificazioni più recenti e che tiene in considerazione sia un aspetto temporale che di qualità della risposta fa riferimento al “coping proattivo”(Schwarzer & Knoll, 2003). Si distingue così tra un coping reattivo, cioè all’insieme delle abilità utilizzate dopo che una evento stressante si  verifica, e coping proattivo, cioè la capacità di prevenire e fronteggiare una situazione stressante che potrebbe verificarsi (ad es. prepararsi per un compito in classe non ancora programmato ma che siamo certi ci sarà). Questa classificazione ritaglia l’immagine di una persona proattiva che non subisce la propria vita, ma che è capace di governarla anticipando e preparandosi alle possibili minacce.

Da cosa dipendono le strategie di coping

Al di là delle varie classificazioni del coping, esso è un concetto legato al tema dello stress. Le risposte di coping emergono, come abbiamo detto, in risposta agli stressor, ovvero quegli elementi che producono stress. Per capire le differenze individuali nelle risposte di coping dobbiamo prendere in considerazione la teoria dello stress formulata da Lazarus e Folkman (1984). Secondo tale teoria la reazione di stress segue tre fasi concernenti altrettante valutazioni.

  • Valutazione primaria, lo stimolo stressogeno viene valutato come sfidante o minaccioso
  • Valutazione secondaria, vengono individuate e attivate le strategie di coping
  • Valutazione terzaria, in base all’esito dell’applicazione delle strategie di coping gli stimoli esterni verranno reinterpretati e ci sarà anche una valutazione di se stessi

Come si può ben capire tutte queste tre valutazioni determinano quali strategie di coping vengono utilizzate. Nella valutazione primaria alcune caratteristiche individuali ne influenzeranno l’esito. Kobasa (1979) ha introdotto il concetto di “hardiness” per definire una costellazione di credenze e caratteristiche di personalità che proteggerebbero la persona dagli effetti dello stress. Queste caratteristiche riguardano il controllo, cioè il fatto di credere di poter controllare l’esito della minaccia, impegno, ovvero la tendenza ad impegnarsi attivamente, senso di sfida, ovvero il concepire gli stressor come “il sale della vita” per dirla alla Selye (1956). Queste persone sarebbero portate a vedere le situazioni stressanti come sfide e quindi a mettere in atto strategie di coping finalizzate all’approccio. Nella valutazione secondaria la conoscenza delle varie strategie di coping influenzerà la scelta, alcune persone possono conoscere poche strategie e mettere in atto solo quelle, mentre altre potrebbero aver un ampio bagaglio di strategie e metterle in atto in modo variegato. Infine anche la valutazione terziaria inciderà, ognuno sarà propenso a mettere in atto le strategie di coping che, nella sua esperienza, hanno ottenuto delle conseguenze positive.

Coping e personalità

Nonostante esista un generale accordo sul fatto che le persone scelgano le strategie di coping in base alla situazione, Costa, Somerfield e Mc Crae (1996) hanno trovato delle correlazioni tra personalità e stili di coping. Gli autori indagando la relazione esistente fra tratti di personalità e lo stile di coping individuano le seguenti associazioni: 

  • L’instabilità emotiva sembra associarsi con la tendenza ad attribuire colpe a se stessi o agli altri e al coping focalizzato sulle emozioni
  • L’estroversione si lega con la ricerca di sostegno sociale
  • L’apertura mentale è associata con delle strategie di coping volte ad approcciare il problema, nello specifico con  la ricerca di nuove informazioni, prospettive e soluzioni
  • La coscienziosità si associa con la perseveranza negli sforzi e la ricerca di un significato personale degli eventi 
  • La gradevolezza si associa con la condiscendenza

Questi risultati creano dei dubbi su quanto il coping dipenda da caratteristiche disposizionali oppure dalle valutazioni effettuate dall’individuo sulla situazione. In realtà una cosa non esclude l’altra. Secondo la ricerca attuale alcune caratteristiche stabili di personalità si assocerebbero all’adozione di determinati stili di coping, grazie alla loro influenza sulla valutazione cognitiva degli eventi da parte dell’individuo (Magnus, Diener, Fujita e Pavot, 1993).

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Cosa ne pensano di noi i pazienti?

Matteo, 33 anni

Non riuscivo più a vivere la vita ero ossessionato da alcuni pensieri assurdi che risucchiavano tutte le mie energie. Ricordo che all’epoca avevo il pensiero che volevo a tutti i costi farcela da solo e forse perché non credevo che la terapia potesse darmi i giusti strumenti per stare meglio. Poi mi sono deciso a intraprendere un percorso e ho iniziato ad ad imparare a conoscermi meglio e a ragionare su alcune dinamiche ed abitudini mentali che mi riguardavano. La terapia mi ha dato la base per cominciare un percorso di contatto con me stesso e di scoperta

A chi si trova in questa situazione vorrei dire di affidarsi a una persona sensibile, se senti che non è la persona giusta, cambia persona perchè penso sia molto personale, trovando una persona adatta ti può cominciare a dare delle basi per capire che a volte i problemi che abbiamo sono dettati anche da idee sbagliate e limitanti o che portano a sofferenze assurde, per cui provaci! ti voglio bene!

Non riuscivo più a vivere la vita ero ossessionato da alcuni pensieri assurdi che risucchiavano tutte le mie energie. Ricordo […]

Giulio, 53 anni


Una pessima condizione di vita e la consapevolezza della difficoltà a superare i problemi mi hanno convinto a chiedere aiuto. Soffrivo di questi problemi da molti anno ma molte cose che sapevo teoricamente si sono concretizzate grazie a dei metodi “comportamentali” che hanno migliorato tanti piccoli aspetti che fanno un progresso importante.

21 05 29 18:30 AM

Federica, 36 anni

Non aspettare, abbiamo solo una vita

21 05 29 18:30 AM

Giovanni, 25 anni

Non è stato facile prendere la decisione di iniziare una terapia per la paura di mettermi a “nudo” ma la scarsa qualità di vita provocata da ansia e pensieri intrusivi mi ha spinto a fare il primo passo. E con la terapia è migliorato tutto dalle piccole cose che poi pian piano diventano grandi. Ho imparato a conoscermi, a conoscere i meccanismi alla base del mio pensiero e a razionalizzarli così da impattare molto meno a livello emotivo. A chi sta pensando se chiedere aiuto o meno vorrei dire di chiedere aiuto, perché anche solo chiedere è una forma di cura.

21 05 29 18:30 AM

Francesca, 44 anni

è la prima volta che vado da uno psicologo che dopo un paio di visite mi spiega cosa ho e mi lascia un pezzo di carta in cui lo mette per iscritto. lenti ma professionali.

21 05 29 18:30 AM

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