“Mi seppellite al cimitero?” – lo strano caso della sindrome di Cotard

26 Mar , 2019 - Disturbi

La signora L., una filippina di 53 anni, è stata ricoverata in psichiatria dopo che la sua famiglia ha chiamato il pronto soccorso. Un parente chiedeva aiuto perché la signora si lamentava di essere morta, di sentire odore di carne putrescente ed esprimeva il desiderio di essere portata in un cimitero in maniera da poter stare con altri morti (Ruminjo & Mekinulov, 2008).

Dopo un mese la paziente fu rilasciata con grandi miglioramenti.

Cos’è la sindrome di Cotard?

La sindrome di Cotard è una condizione rara che è stata descritta per la prima volta dal dott. Jules Cotard, un neurologo francese, nel 1880 con il nome di delirio di negazione. I deliri tipici di questa sindrome partono dalla convinzione – difesa con certezza – di aver perso alcuni organi, il proprio sangue oppure intere parti del proprio corpo. Il delirio del paziente può arrivare fino all’idea di essere morto, di aver perduto l’anima o addirittura di non esistere. Uno dei problemi che nascono da questi deliri è il rischio che la persona si lasci morire di fame.

Nel mondo anglosassone è anche nota col nome di ‘sindrome del cadavere che cammina’.

Mademoiselle X – la paziente 0 descritta da Cotard – negava l’esistenza di Dio e del diavolo, di parti del proprio corpo (cervello, nervi, petto, stomaco e intestino) e della necessità di nutrirsi. Col passare del tempo si convinse di essere stata dannata per l’eternità e di essere per questo immortale e incapace di morire per cause naturali.

La sindrome è scarsamente documentata con descrizioni di casi episodici generalmente connessi a casi gravi di disturbi dell’umore, depersonalizzazione, derealizzazione e/o disturbi psicotici oltre che a condizioni mediche.

La prima classificazione sistematica fu fatta da Berrios e Luque nel 1995 (Hans, et al., 2008). Analizzarono i sintomi di 100 casi descritti in letteratura e arrivarono a descrivere 3 tipi di sindrome di Cotard:

  1. Una forma di depressione psicotica caratterizzata da ansia, melanconia, delusione, colpa e allucinazioni uditive;
  2. La sindrome di Cotard di tipo I, associata a deliri ipocondriaci e nichilistici e alla mancanza di episodi depressivi;
  3. La sindrome di Cotard di tipo II, caratterizzata da ansia, depressione, allucinazioni uditive, deliri di immortalità, deliri nichilistici e tendenze suicide.

La cultura di provenienza sembra giocare un ruolo nella strutturazione del delirio. Infatti, elementi culturali e credenze superstiziose possono venire incluse nel quadro sindromico del paziente.

Nejad et al. (2013) riportano un caso di una donna persiana che oltre a riportare esperienze extracorporee aveva la ferma convinzione di essere stata uccisa da una creatura appartenente al folklore della cultura persiana. La paziente raccontava di essere stata uccisa da Aal una mitica creatura femminile che colpisce donne le donne dopo il parto, dissezionandone l’addome e mangiando il loro fegato.

All’alba del nuovo millennio, il motivo per cui tali condizioni debbano continuare a meritare una categoria diagnostica a parte invece di venire ricondotte ad altre condizioni ampiamente documentate e studiate nella letteratura scientifica che ne spiegherebbero la fenomenologia, rimane quantomeno dubbio.

Bibliografia

  • Debruyne, H., Portzky, M., Van den Eynde, F., & Audenaert, K. (2009). Cotard’s syndrome: a review. Current psychiatry reports11(3), 197-202.
  • Nejad, A. G., Anari, A. M. Z., & Pouya, F. (2013). Effect of Cultural Themes on Forming Cotard’s Syndrome: Reporting a Case of Cotard’s Syndrome with Depersonalization and Out of Body Experience Symptoms. Iranian journal of psychiatry and behavioral sciences7(2), 91.
  • Ruminjo, A., & Mekinulov, B. (2008). A case report of cotard’s syndrome. Psychiatry (Edgmont)5(6), 28.
  • Van den Eynde, F., Debruyne, H., Portzky, M. I. C. H. A. E. L., De Saedeleer, S., & Audenaert, K. (2007). [The syndrome of Cotard: an overview]. Tijdschrift voor psychiatrie50(2), 89-98.

 

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Cosa ne pensano di noi i pazienti?

Matteo, 33 anni

Non riuscivo più a vivere la vita ero ossessionato da alcuni pensieri assurdi che risucchiavano tutte le mie energie. Ricordo che all’epoca avevo il pensiero che volevo a tutti i costi farcela da solo e forse perché non credevo che la terapia potesse darmi i giusti strumenti per stare meglio. Poi mi sono deciso a intraprendere un percorso e ho iniziato ad ad imparare a conoscermi meglio e a ragionare su alcune dinamiche ed abitudini mentali che mi riguardavano. La terapia mi ha dato la base per cominciare un percorso di contatto con me stesso e di scoperta

A chi si trova in questa situazione vorrei dire di affidarsi a una persona sensibile, se senti che non è la persona giusta, cambia persona perchè penso sia molto personale, trovando una persona adatta ti può cominciare a dare delle basi per capire che a volte i problemi che abbiamo sono dettati anche da idee sbagliate e limitanti o che portano a sofferenze assurde, per cui provaci! ti voglio bene!

Non riuscivo più a vivere la vita ero ossessionato da alcuni pensieri assurdi che risucchiavano tutte le mie energie. Ricordo […]

Giulio, 53 anni


Una pessima condizione di vita e la consapevolezza della difficoltà a superare i problemi mi hanno convinto a chiedere aiuto. Soffrivo di questi problemi da molti anno ma molte cose che sapevo teoricamente si sono concretizzate grazie a dei metodi “comportamentali” che hanno migliorato tanti piccoli aspetti che fanno un progresso importante.

21 05 29 18:30 AM

Federica, 36 anni

Non aspettare, abbiamo solo una vita

21 05 29 18:30 AM

Giovanni, 25 anni

Non è stato facile prendere la decisione di iniziare una terapia per la paura di mettermi a “nudo” ma la scarsa qualità di vita provocata da ansia e pensieri intrusivi mi ha spinto a fare il primo passo. E con la terapia è migliorato tutto dalle piccole cose che poi pian piano diventano grandi. Ho imparato a conoscermi, a conoscere i meccanismi alla base del mio pensiero e a razionalizzarli così da impattare molto meno a livello emotivo. A chi sta pensando se chiedere aiuto o meno vorrei dire di chiedere aiuto, perché anche solo chiedere è una forma di cura.

21 05 29 18:30 AM

Francesca, 44 anni

è la prima volta che vado da uno psicologo che dopo un paio di visite mi spiega cosa ho e mi lascia un pezzo di carta in cui lo mette per iscritto. lenti ma professionali.

21 05 29 18:30 AM

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